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mercoledì 7 settembre 2011

11/9, dieci anni dopo: Lyle, l' uomo che fotografò l' orrore di Ground Zero

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Quando il secondo aereo puntò sulla Torre Sud del World Trade Center, Lyle Owerko si ritrovò catapultato nella sua Africa. «Se vuoi riprendere il leone che si avventa sulla preda non devi mai cominciare a scattare quando s' invola. Devi aspettare. Puntare sul suo obiettivo proprio mentre comincia a saltare. E quando atterra...». Quando il leone impazzito di Al Qaeda abbrancò la preda inerme - quando il volo American Airlines 175 si scagliò contro la seconda Torre Gemella - Lyle Owerko si ritrovò con la fotografia del secolo impressa nella sua Fujifilm 645 Zi. E una ferita grande come quel buco nel grattacielo: ma dentro al suo stomaco. «Per anni continuavano a fermarmi nei mille party di New York: sei tu il fotografo della copertina di ' Time' ? Grande!! Però dentro di te lo sai che è come avere scattato l' orrore di Hiroshima. E tu che cosa diresti al fotografo di Hiroshima: bel lavoro?». Owerko, quarantenne canadese, studio a New York, è testimone per caso. Anche lui ha cercato - dopo l' 11 settembre - che tutto tornasse come prima. «Prima» era un fotografo di musica e un reporter innamorato dell' Africa. «Dopo» aver scattato la foto più famosa ha provato a restare lo stesso. I suoi ultimi libri sono un reportage sulla tribù kenyota dei Samburu e il «BoomBoox Project»: una storia dei radioloni che hanno fatto il rap scritta con Spike Lee.

 Foto scattata circa 30 secondi dopo l'impatto del secondo aereo contro la torre sud  del World Trade Center. Dopo la pioggia iniziale dei pezzi dei due aerei e di detriti della Torri, l' aria era ingombra di documenti sospesi nel cielo come coriandoli  
Non proprio un portafoglio di guerra. Anzi. Quasi un' espiazione. L' unica celebrazione l' ha ripercorsa in un libro che non ha messo neppure in vendita e che per il primo anniversario inviò ai leader del mondo: «E gli uccelli smisero di cantare». Bastano dieci anni per rifare i conti col passato che non passerà mai? «Avevo trascorso gli ultimi due mesi in Africa. Il mio amore: Tanzania. Amore doppio: avevo messo su casa lì con una giornalista norvegese. Che romantica l' idea di questi due reporter in luna di miele in Africa. Ma io avevo bisogno di soldi. Dico: torno a New York. Lei: non farlo, non puoi, non adesso. Invece torno: due giorni prima dell' 11 settembre. La notte prima pioveva che Dio la mandava. Ero uscito con un amico. Sul metrò la gente leggeva il Post con quel titolone: i missili che ci difenderanno. E noi: missili? Per difenderci da che? Stravolto dal jet leg mi sveglio alle 4 del mattino. Sono al computer in shorts che lavoro da ore. Ed è allora che sento il suono più orribile che avessi mai potuto provare». «Immaginate un jet che si schianta a 550 miglia all' ora a quell' altezza: l' orecchio umano non è abituato a nulla di simile. Penso: mio Dio - s' è schiantato qui a Tribeca. Mi infilo jeans e tshirt. Sulla porta acchiappo la borsa con la macchina fotografica che non avevo neppure tirato fuori tornato dall' Africa. Denis, il portiere, mi fa: ho visto un jet sul World Trade Center. Il World Trade Center? Cominciò a correre a perdifiato su Broadway. Lo dico sempre agli studenti di giornalismo: ci vuole un fisico bestiale». «All' incrocio con Chambers giro a destra. Ancora a destra su Church. Mi fermo. E per la prima volta le vedo. Fumo. Un incidente? Mi dico: devo arrivare lì sotto. Mi vedo già la ' mia' foto: la Torre in fiamme e l' altra. Tutti corrono verso il punto dell' esplosione. Io invece voglio prenderle di fronte. Davanti al sole. È una vita che abito in questo quartiere. Quelle Due Torri sono i mie Due Alberi. Con il sole e con la nebbia. Con la pioggia e con la neve. E adesso voglio riprendermi le mie Due Torri nel cielo blu che si è aperto dopo una notte di pioggia d' inferno. Ma non è ancora il momento. Che succede? È solo nello zoom che scopro cosa sto fotografando.

Uomini. Uomini che vengono giù. Continuo a scattare: quanti sono? Non riesco a contarli. Una dozzina. Venti. Molti di più». «La gente piange, urla. Ed è allora sento il secondo aereo. Ancora quel suono orribile. Giro la macchina meccanicamente. In agguato come in Africa. Ecco: quattro sequenze. La Torre intatta. L' esplosione. Il grattacielo che si sbriciola in mille pezzi. Il fuoco. Comincia a piovere di tutto. Un poliziotto mi grida: "Ce l' hai? L' hai preso?". Un altro urla: "Confiscategli la macchina!". C' è un signore tutto compito con la camicia oxford rosa. "Lo sai cos' è questa? Jihad". Un altro poliziotto urla: "C' è un terzo aereo in arrivo!". E il capo: "Adesso fuori di qua! Al diavolo!". Comincio a correre. Mi volto dietro all' incrocio tra Vesey e Church. Dove c' è la chiesa di Saint Paul. Punto per l' ultima volta l' obiettivo. Compongo a mente l' immagine. I grattacieli. Le fiamme. Inquadro il timpano di quella chiesa tra le fiamme e il cielo blu. Eccola la foto: la mia foto. Un tizio in giacca e cravatta che barcolla imbambolato: lo prendo sotto il braccio e lo porto lontano da lì. Via». «Corro al laboratorio: cosa ci sarà nella mia Fuji? Che caos: tutti colleghi in fila. Intanto sta venendo giù la seconda Torre. Vento e macerie. Il cielo si oscura: per strada ora è notte a mezzogiorno. Quel grande cielo blu dietro alle mie Torri: mai più. Sono in un film dell' orrore. Torno per strada: al lavoro. Martedì. Mercoledì. Giovedì. Venerdì. Tre notti e quattro giorni a scattare come pazzi. È venerdì mattina quando mi spingo finalmente fuori. All' uscita da Soho risuona il cellulare: c' era il black-out in tutta la zona. Papà e mamma: da Londra. Non sapevano se fossi ancora vivo. Corro a Union Square per vedere un collega. C' è quella grande edicola: Universal News. Davanti, una pila di Time. Guardo la copertina: sono proprio io? Quello scatto non l' avevo neppure rivisto. Apro. Leggo la firma: Lyle Owerko. Rimetto giù il giornale. Ho un grido dentro: e adesso?». -

 ANGELO AQUARO,  NEW YORK


 La tragedia minuto per minuto

Ground Zero, ricostruzione flash: 8 anni in un minuto

Lyle Owerko, l' uomo che fotografò l' orrore di Ground Zero

Il video inedito dell'impatto in Pennsylvania



11/9, dieci anni dopo. Ground Zero, ricostruzione flash: 8 anni in un minuto


(27 agosto 2011)

Per costruire il National September 11 Memorial & Museum, il sito sorto sulle ceneri delle Twin Towers che ricorderà la tragedia dell'11 settembre 2001, ci sono voluti otto anni. Un tempo che molti americani hanno ritenuto lunghissimo. In questo time lapse, invece, i lavori scorrono velocissimi. In un minuto - cliccatissimo su YouTube - il Memorial prende rapidamente forma fino a raggiungere l'aspetto definitivo: due grandi fontane di quattromila metri quadrati l'una immerse in un'oasi verde composta da 400 querce





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domenica 28 agosto 2011

Irene a New York, la paura è passata


Irene a New York, la paura è passata
Black out per quattro milioni di persone

Irene a New York, la paura è passata Black out per quattro milioni di personeLa zona del ponte di Brooklyn allagata per l'arrivo di Irene
L'uragano è arrivato nella Grande Mela dopo essere stato declassato a tempesta tropicale. Smette di piovere, la gente torna in strada. Colpite le coste di Delaware, Maryland, North Carolina e Virginia. Dodici vittime, c'è anche un bambino

LA DIRETTA DEL 27 AGOSTO
MAPPA Aree a rischio / LA DIRETTA TV
)
17:07Bilancio complessivo: 12 morti54–E' di 12 morti il bilancio complessivo dell'uragano che si è abbattuto sulla East Coast degli Usa. Lo riferiscono autorità locali secondo cui la metà delle vittime sono state registrate in North Carolina dove Irene è arrivato ieri mattina. Nella notte sono saliti a otto i morti registrati nello stato a cui si è aggiunto uno nel Maryland colpito da un camino crollato e uno nel Connectict fulminato da una scossa elettrica. Un altro morto è stato registrato nel Maryland e tre in Virginia. Tra le vittime in Nord Carolina anche una colpita da un infarto mentre stava chiudendo ermeticamente le finestre della sua casa. Una ragazza di 15 anni ha poi perso la vita in un incidente stradale mentre un giovane è stato ucciso d un albero caduto nel giardino della sua casa.La Repubblica

Ascensori fermi e rifugi anti catastrofe si spengono le mille luci di New York




Stazioni fantasma, metro sbarrata, abitanti tappati in casa. Supermercati chiusi a metà mattinata, caccia ai viveri nei pochi negozi ancora aperti. Il sindaco: se salta la corrente non garantisco il ritorno entro domani

dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - Il sindaco Michael Bloomberg ci gela con una conferenza stampa da panico. "Non siamo sicuri di potervi soccorrere, se non siete al riparo nei luoghi giusti di fronte all'impatto di Irene". È teso, preoccupato e duro il nostro primo cittadino: "Non illudetevi di essere protetti dalla furia delle acque solo perché abitate al decimo piano di un palazzo. Non ci sono solo le inondazioni ma i vetri in frantumi per il vento, i blackout elettrici". Anzi, più il piano è alto più siamo in trappola? "Ho dato l'ordine a tutti i condomini: ascensori disattivati, non possiamo rispondere alle chiamate di chi rimane bloccato durante i blackout". E poi ancora pessimista: "Non finisce questa domenica, lunedì sarà caos nei trasporti pubblici, e interruzioni di corrente elettrica".

Sembravamo rotti a tutto, noi abitanti di New York. Sembrava che quattro giorni di tam tam dei media e delle autorità ci avessero quasi assuefatto perfino a Irene. E comunque l'imponente apparato di misure d'emergenza doveva darci un segnale rassicurante: massima prevenzione, mobilitazione, tutti pronti a reggere l'impatto. Invece passano le ore e i nervi sono a fior di pelle, la metropoli che ha retto l'11 settembre vacilla, incerta su come reagire a questa minaccia naturale che non ha precedenti.

Al risveglio c'è una parvenza di normalità: la solita folla fa jogging a Central Park, imperturbabile come se le prime gocce che iniziano a piovere non fossero l'avvisaglia dell'Armageddon. Poi però i segnali dello stato d'eccezione s'infittiscono, ti sorprendono dove meno te li aspetti. Avvisti il 69esimo reggimento corazzato della National Guard che presidia la Lexington Avenue. Gli amici che abitano nei quartieri più "cool", da Chelsea a Soho, cominciano a telefonarti angosciati: "Siamo al confine tra l'area A (evacuazione obbligatoria) e la zona B che è comunque a rischio, che fare?".

Le tv sono bollettini di guerra già da quattro giorni e Irene cominciava a sembrarci "un Armageddon al rallentatore", però con l'uragano alle porte di Manhattan i meteorologi emettono un verdetto implacabile: "Svanisce ogni speranza che dirotti in mare. E purtroppo l'impatto è peggiorato dalla luna piena, siamo in alta marea, i venti s'infilano verso il porto di New York, tra Brooklyn e Staten Island e Manhattan, l'effetto-imbuto spinge un muro d'acqua verso i quartieri bassi".

La psiche metropolitana incassa male quel che accade a metà giornata. È quando di colpo si fermano il metrò e gli autobus, i treni, gli aeroporti. Tutto era preannunciato 24 ore prima, è vero, tutto è giustificato (i treni vanno messi al riparo in zone sopraelevate, le gallerie saranno le prime a inondarsi), ma Bloomberg non aveva previsto quel che segue: è la capitolazione del Big Business.

Non è solo la chiusura di tutti i teatri di Broadway, di quasi tutti i ristoranti, coi turisti abbandonati in un coprifuoco spettrale. Sono i colossi della grande distribuzione che alzano bandiera bianca, ci piantano in asso nel momento del bisogno. Tutti vogliamo applicare i consigli della Protezione civile, a cominciare dal famoso "kit" che dobbiamo metterci in casa per fronteggiare l'assedio della calamità naturale: torce elettriche, acqua potabile, medicinali, nastro adesivo per rinforzare le finestre, radio a pile, una riserva di banconote.

Non sono solo io "l'italiano imprevidente" che corre a fare la spesa all'ultimo, come me tanti che venerdì hanno lavorato fino a tardi si riservano l'operazione-scorte al sabato mattina. Ma nel mio quartiere dell'Upper West fin dalle 11 chiudono i supermercati Whole Foods, i fast-food Subway, i caffè Starbucks, perfino le farmacie Duane Reade. Tutte le catene della grande distribuzione battono in ritirata, ingressi sprangati. "Il personale deve andare a casa prima che chiuda il metrò", intima sgarbato il vigilante che sbarra l'accesso al supermercato di Columbus Circle. Incredibile, nessuno di questi giganti del capitalismo newyorchese ha pensato a un servizio di navette per i dipendenti, ci abbandonano a fine mattinata e peggio per noi.

Parte una caccia disperata, a base di passaparola tra vicini di quartiere, e via di corsa dagli unici eroi del momento: i negozietti alimentari di quartiere, i pochi sopravvissuti di un'altra era, tutti in gestione a indiani, pachistani, portoricani. Code sterminate, ma cortesi, si snodano attorno a questi micro-imprenditori che miracolosamente hanno tutto, mele e banane, carta igienica e bibite, batterie e torce elettriche, ombrelli e galosce. È sempre a mezzogiorno che il Grand Central Terminal e Penn Station si svuotano, le due stazioni leggendarie che sempre brulicano di passeggeri diventano due città-fantasma.

Dagli schermi televisivi  -  che t'inseguono nel negozio dove fai la fila per acqua e provviste  -  i messaggi si fanno sempre più minacciosi. Il capo della polizia di Long Island avverte che "abbiamo predisposto 20 rifugi, ma il migliore rifugio se potete è lontano da qui, il più lontano possibile, a casa di amici e parenti". La Protezione civile tuona maledizioni contro renitenti e ritardatari, un numero imprecisato in questa metropoli meno disciplinata di altre zone d'America: "Chi non obbedisce alle ordinanze di evacuazione obbligatoria è un irresponsabile, mette in pericolo non solo la propria vita ma quella del personale di soccorso: pompieri, poliziotti, medici rischieranno di morire per venirvi a tirare fuori dai guai".

Seguono le immagini dei volontari che ammassano sacchetti di sabbia lungo la East River, su uno degli argini che tenta di reggere al "muro d'acqua". Tento una visita allo shelter del Jay College, il rifugio più vicino a casa mia. Appena capito che sono un giornalista vengo respinto: "La stampa qui non entra, per non turbare gli sfollati che sono sotto stress".

Viene il dubbio che il nostro Bloomberg abbia studiato fin troppo la lezione di Katrina: a New Orleans alcune delle immagini del disastro vennero proprio dal Superdome, lo stadio-rifugio della vergogna. Non sia mai che qualcosa giri storto pure qui, meglio non avere i media dentro i rifugi? Ma oggi rischio di doverci tornare comunque, e in veste di sfollato, se è vera la previsione del sindaco: "Siamo solo all'inizio, non garantisco il ritorno della corrente elettrica lunedì, non prometto niente a nessuno".