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martedì 16 settembre 2014

"Campiello", "Pordenone Legge". I libri ed il Triveneto sempre insieme

'Morte di un uomo felice' 

con 107 voti su 291 Giorgio Fontana si aggiudica il Campiello

"La Fenice sembrava in San Siro"

La serata presentata da Geppi Cucciari e Neri Marcorè, e sarà trasmessa da La7 mercoledì 17 settembre alle 23.

VENEZIA - Una valanga di messaggi che continuano ad arrivare su Twitter e Facebook, un caloroso gruppo di amici che non hanno risparmiato applausi a scena aperta e i tanti voti, 107, ricevuti dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi per il suo romanzo 'Morte di un uomo felice' (Sellerio). Giorgio Fontana, 33 anni, il supervincitore del Premio Campiello 2014, ha stupito tutti e portato veramente una ventata d'aria nuova al Premio di Confindustria Veneto che ha coronato un nuovo talento. "Abbiamo trasformato la Fenice in San Siro. E' stato molto bello. Stasera lo scriverò sul mio sito", dice all'ANSA Fontana ancora un po' frastornato il giorno dopo la premiazione.
Giorgio Fontana autore de
'Morte di una uomo felice'
Sellerio editore
E al Gran Teatro La Fenice erano presenti anche i suoi genitori, in una serata condotta per il secondo anno consecutivo da Geppi Cucciari e Neri Marcorè, che sarà trasmessa da La7 mercoledì 17 settembre alle 23. "E' stato molto bello soprattutto per questa comunità di affetto in cui mi sono sentito immerso e per i miei lettori che mi inviano complimenti, mi scrivono su Twitter e Facebook 'che bello vinca un giovane'. E poi sapevo che il Campiello è un premio trasparente e imprevedibile e i lettori sono sovrani. Io scrivo per loro che sono la cosa più importante", racconta Fontana che oltre ad essere il più piccolo della cinquina della 52/ma edizione è anche tra i più giovani nella storia del premio. Continua la lettura Ansa del 14 settembre 2014


da mercoledì 17 a domenica 21 settembre
Pordenonelegge
Quindici anni
Un compleanno importante per una delle manifestazioni 
più attese dell'agenda culturale italiana



Con 363 grandi autori, oltre 250 eventi e 15 percorsi espositivi, con 33 anteprime letterarie e una trentina di location pronte ad accogliere il pubblico del festival, è ai nastri di partenza Pordenonelegge 2014, in cartellone  da mercoledì 17 a domenica 21 settembre, per iniziativa della Fondazione Pordenonelegge, a cura di Gian Mario Villalta (Direttore Artistico), Alberto Garlini e Valentina Gasparet. Davvero eccezionale la proposta dei libri consultabili e acquistabili nel corso di pordenonelegge 2014: in esposizione nelle Tendolibrerie ci sarannodecine di migliaia di volumi, con una nuova opportunità assolutamente unica per la scena nazionale. Mentre spariscono dalle librerie gli spazi dedicati alla poesia, infatti, in totale controtendenzaPordenonelegge, in collaborazione con le Librerie Coop, propone La libreria della Poesia: nella Ex Tipografia Savio si troveranno migliaia di libri di poesia, tutti quelli recuperabili delle grandi e piccole collane della prolifera - ma spesso poco visibile – editoria italiana.



venerdì 16 settembre 2011

Pordenone Legge. Apre Paolo Mieli: "Intellettuali senza coraggio"


I capolavori letterari dell'Ottocento, per capire l'Italia di oggi. Paolo Mieli inizia con «Le ultime lettere di Jacopo Ortis», il libro che consiglierebbe ai politici contemporanei, perché Foscolo con il suo romanzo dimostra il coraggio degli scrittori che hanno vissuto la storia dell'unificazione italiana. L'audacia di raccontare la verità nella sua complessità, molto più coraggioso degli storici di allora, e di oggi: «Sono molti - spiega - gli intellettuali italiani del Novecento che assomigliano a Vincenzo Monti, invece che a Ugo Foscolo, che cambiano bandiera appena cambia regime politico. Dopo la prima Repubblica, non si è trovato più nessun filosocialista o filodemocristiano. Né troveremo domani più un filoberlusconiano».
      Ma non è la questione politica che importa a Mieli, quanto la capacità di «non agire per convenienza, di non essere al servizio, e non di un partito piuttosto che un altro, ma del sistema delle parti. Il consiglio che darei a un intellettuale per l'Italia di oggi, è di farsi venire dei dubbi e poi scioglierli». Più coraggio, insomma. Dal 1796 e lungo tutto il secolo successivo, la storia è stata più faticosa di quanto si studi nei libri di storia. Eppure sono solo gli scrittori che a modo loro, ciascuno con la sua differenza e epoca, ne hanno riportato la complessità, la gestazione di decenni prima di sentirsi veramente italiani.
      E allo stesso modo, il futuro che si pone oggi «è quello dell'Europa. Su questa bisogna lavorare, non credo a un destino dell'Italia, bensì dell'Italia nell'Europa. Occorre pensare a come diventare leader del processo europeo. Oggi siamo alle prese con la manovra, sarebbe importante formularla in modo tale che ne diventi un esempio». Quella dell'Ottocento è la letteratura che racconta l'erroneo segreto italiano di sempre: quello di credere che l'Unità nazionale potesse nascere con «le baionette di un esercito straniero».
      E poi «l'invasione del sud, perché malgrado io non riconosca il piagnisteo del vittimismo meridionale, quella dei popoli del sud Italia è stata una conquista spietata, fatta di guerriglia», motivo ancora oggi «della frattura identitaria». Il «non sapere cosa stava loro capitando emerge nei ?Malavoglia di Vergà», così come «la Roma capitale immorale di un Paese immorale di cui scrive Federico De Roberto, in pagine stupefacenti che sembrano scritte oggi».
      Mieli, oggi a capo di Rcs Libri, ma il cui essere giornalista emerge quando la parola si ferma al solo sentire la sigla che accompagna i titoli del Tg1, ha raccontato l'Italia narrata nelle parole di chi l'ha vissuta. Di chi non ha mistificato un glorioso Risorgimento, di chi chiedeva una nazione normale e non un Paese che dovesse illuminare il mondo, di chi non ha rischiato di fare un revisionismo veritiero seppur inconsapevole. Con un riconoscimento alla storia italiana «fatta di luci e ombre», e con l'onore ai libri si è aperto pordenonelegge.it, perché è «importante che esistano avvenimenti culturali di questo tipo anche in tempi di tagli facendo però attenzione a discernere quali fanno veramente cultura».
Il Gazzettino

lunedì 12 settembre 2011

Scuola: ha fatto l'Italia, può renderla multiculturale



scuola elementari box
Un geniale architetto e urbanista italiano, Luigi Piccinato, per sdrammatizzare il contrasto tra città e campagna ripeteva un bon mot: «Tutte le città sono nate in campagna». Quando si parla di alieni, forestieri, migranti, meticci, vale la pena ricordare che siamo tutti alieni e forestieri per qualcuno, tutti abbiamo il dna di qualcuno venuto da fuori, foresto, nel luogo in cui siamo e dunque tutti siamo un po’ meticci, basta risalire a volte anche poco nel tempo e nelle generazioni.

La bimbetta che con aria solenne dice: «Noi a casa nostra facciamo così» e si riferisce a qualche azione assolutamente comune, ma poi è attenta e curiosa al nuovo e all’ignoto, o il grande, famoso discorso con cui, secondo Tucidide, Pericle esaltava l’orgoglio di essere ateniesi perché cittadini di una città sempre pronta a ospitare gli altri venuti da fuori, riflettono l’ambivalenza che ci accompagna. Siamo noi perché altri, anche assai diversi da noi, ci hanno fatto e fanno così come siamo: vale per le singole persone e per i grandi gruppi umani.

Le mille e mille lingue del mondo riflettono questa ambivalenza. Chi viene da fuori fu, per i Latini, partendo dalla stessa etimologia, hospes e hostis, «ospite» e «nemico». L’estraneo fu ekhthròs e xénos, «esterno» per i Greci, ma poi si dicevano xénia i regali, tipicamente da destinare inizialmente a chi veniva da fuori. Nella Roma primitiva, quelli di fuori porta, stanziati al di là dell’originaria cinta muraria, in opposizione ai nativi interni, gli inquilini, furono detti exquilini. Ma poi le mura si ampliarono e l’Esquilino divenne uno dei sacri Sette Colli. Del resto, sta nei miti delle origini di Roma il deliberato meticciato. E nella parola italiana ospite, «ospitante» e «ospitato», vive ancora un’antica e non rara ambivalenza etimologica altrettanto presente in altre lingue: sembra certo che in latino hospes sia stato dapprima il «padrone di casa che accoglie gli hostes stranieri», l’ospitante, e solo poi l’ospitato.

Se le migrazioni non segnassero la storia del genere umano saremmo ancora arrampicati sugli alberi di una savana nel centro dell’Africa, incerti se scendere e camminare dritti sul suolo. Alcuni milioni di anni fa scegliemmo – scelsero per noi – di scendere. E da allora le generazioni successive di ominidi, ormai bipedi deambulanti, a ondate successive lasciarono il cuore dell’Africa per diffondersi nei continenti. Ultimi, un po’ più di duecentomila anni fa – già il fuoco veniva acceso e sfruttato e spento e riacceso in Asia ed Europa, già vi erano tecniche sofisticate per costruire strumenti preziosi al vivere, già tutti gli altri ominidi sapevano comunicare e istruire per segni – gli homines sapientes sapientes, quali noi dovremmo onorarci di essere; attraverso il Sinai, intorno a centomila anni fa passarono in Asia e in Europa, in tempi più recenti, attraverso le Aleutine, si spinsero nel continente americano. E sempre conservarono l’ambivalenza: formavano gruppi diversi per sopperire solidalmente alle necessità del vivere e ciascun gruppo, nato da altri, tornava ad aprirsi e fondersi con altri ancora; costruivano lingue diverse per parlare tra loro nel gruppo, ma ogni lingua era ed è la chiave per entrare in ogni altra e capirla, e dalle altre lingue trae ricchezza di espressioni e di nuovi significati.

Questa storia naturale del migrare sta scritta nella struttura più profonda della nostra specie e nella lunga storia di cui siamo figlie e figli. Non dovremmo mai dimenticarlo. Qua e là nell’Europa di oggi c’è chi cerca di dimenticarlo e farlo dimenticare. C’è chi alimenta la paura di altri nuovi e la sfrutta per carpire qualche voto. Capita perfino in Paesi che sono stati e sono Paesi di larga e civile ospitalità, dalla Francia ai Paesi scandinavi. E capita in Italia. Ma non capita in generale nelle nostre scuole.

Bisogna, per la verità, dire che lo sfruttamento a fini elettorali delle paure è cominciato in Italia relativamente tardi. Sergio Mattarella, ministro dell’Istruzione del sesto governo Andreotti, tra il 1989 e il 1991, mentre era ormai chiaro ai più attenti che l’Italia, antico Paese di emigrazione, stava diventando, anzi era diventata terra di immigrazione, emanò un primo testo normativo, una «circolare», indirizzata alle scuole perché predisponessero quanto era necessario all’accoglienza dei bimbi e ragazzi immigrati o figli di immigrati. Le scuole già erano su questa lunghezza d’onda e, anche se forse più nessuno ricorda quel benemerito atto, lo sono rimaste. E un altro tratto importante del ceto dirigente è il comportamento delle università, che dagli anni Novanta, e in qualche caso già anni prima, si sono attrezzate per studiare sistematicamente gli aspetti demografici, sociologici, linguistici e educativi della crescente immigrazione, da Pavia a Siena (l’Università per Stranieri), da Bergamo e Venezia (Università Ca’ Foscari) a Napoli e «Roma Tre», da Palermo all’udinese Centro per il Plurilinguismo, per ricordare almeno alcuni dei centri più attivi.

Vinicio Ongini va al concreto e viaggia attraverso le scuole italiane documentando difficoltà, scacchi e successi della scuola multiculturale. Chi, dall’informazione corrente, è frastornato da notizie di casi di xenofobia farebbe bene a seguirlo nel suo viaggio, a leggere i suoi concreti e suggestivi «casi di studio».

Non è l’unico aspetto per cui la scuola non si può dire che rifletta meccanicamente tendenze e umori appariscenti nella società o, per dir meglio, se riflette la società è capace di espungere e spurgare quanto c’è in essa di deteriore. Prendete il caso della lettura. Ormai dagli anni Sessanta possiamo seguire i progressi (lenti, è vero) dell’abitudine alla lettura nel nostro Paese. E a ogni indagine si verifica che bambini e giovani leggono assai più delle generazioni anziane. Le alte percentuali, quasi europee, di lettura di libri non scolastici tra ragazze e ragazzi declinano tra gli adulti che hanno varcato la soglia dei trent’anni. Queste percentuali positive non possono avere altra matrice che l’impegno educativo delle scuole. Oppure prendete il caso della comprensione dei testi. Fanno notizia, ma danno luogo a sciocchezze (anche di qualche ministro), i dati periodici che l’OCSE accerta e diffonde ogni tre anni sulle capacità di comprensione di testi tra i quindicenni. Alti lai perché il 40% dei ragazzi mostra difficoltà di comprensione. Certo, bisognerà che migliorino. Ma attenzione: gli adulti con analoghe difficoltà, tra i 18 e i 65 anni, non sono il 40%, sono una percentuale che, secondo l’ultima indagine comparativa internazionale, raggiunge e supera l’80%. Il doppio dei ragazzi a scuola. Se la scuola registrasse meccanicamente le (in)competenze degli adulti dealfabetizzati e non leggenti, le percentuali OCSE dovrebbero darci l’80% di ragazzi in difficoltà. Il 40% di scarto esprime l’enorme lavoro in salita che la nostra scuola sa fare e fa. Potrebbe aumentare se ci decidessimo a investire di più nella e per la scuola: di più in termini di finanziamento e di più in termini di attenzione simpatetica, circostanziata e fattiva come quella, esemplare, di Vinicio Ongini.

Se un rimprovero si può muovere alla nostra scuola è che non sempre essa è ben consapevole di quanto ha fatto, sa fare e fa per l’intero Paese. Il libro di Ongini, tra gli altri meriti, può essere d’aiuto, può stimolare il giusto orgoglio della nostra scuola pubblica.


Tullio De Mauro



Scuola: ha fatto l’Italia, può renderla multiculturale

Istruzione, orizzonti perduti

Calendario regionale Scuole 2010/2011







Istruzione, orizzonti perduti




IL DOSSIER DE 




LA SCUOLA




Senza formazione non c’è futuro
Oggi inizia l’anno scolastico in molte Regioni
Le scelte del governo aggravano la crisi


Lunedì riapre la scuola. 
Un altro inizio problematico


Cinquant’anni fa
solo un allievo
su quattro proseguiva il percorso di studi
dopo la scuola
elementare. Doveva ancora trovare attuazione la norma costituzionale che prevedeva otto anni
d’istruzione obbligatoria per tutti.
L’esclusione era prevalentemente
l’effetto, diretto o indiretto,
dell’agire di un filtro sociale. Solo
parte delle famiglie era, infatti, in
condizione di assumersi l’onere
dell’educazione scolastica dei figli, rinunciando ai proventi derivanti da un inserimento precoce
nelle attività produttive. D’altra
parte, anche quando la ragione
dell’esclusione si collegava alle difficoltà intervenute nel processo di
apprendimento, solo per un senso
comune semplificatore (peraltro
non troppo diverso da quello che
oggi è tornato di moda quando si
fa riferimento al merito) si poteva
attribuire l’insuccesso alla scarsa
attitudine degli allievi verso lo studio.
Negli anni sessanta, in un contesto segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, furono poste, con la...(segue)



Scuola: ha fatto l’Italia, può renderla multiculturale

Istruzione, orizzonti perduti

Calendario regionale Scuole 2010/2011

Comunicazione: quiete e tempesta, avviene ad ondate


ANALIZZATE IN UNDICI MESI 9 MILIONI DI TELEFONATE

Come si propagano opinioni, idee politiche e commerciali. 
O capire come si è sviluppata la «primavera araba»



MILANO - Quiete e tempesta: quando comunichiamo, i due stati si alternano. E con le «tempeste» le informazioni viaggiano più veloci. È quanto emerge da uno studio compiuto dall’Università Carlos III di Madrid in collaborazione con Telefónica, un’indagine i cui risultati potrebbero rivelarsi utili per comprendere il modo nel quale si propagano opinioni, idee politiche, pettegolezzi e informazioni commerciali. Per un periodo di undici mesi, i ricercatori hanno analizzato 9 milioni di chiamate, un volume di traffico telefonico svolto da 20 milioni di persone (circa il 30% della popolazione spagnola). La scoperta? Che la gente comunica a cascate o raffiche (bursts in inglese).
ONDATE - «Chiamiamo tanto e in poco tempo», spiega la ricercatrice Giovanna Miritello, coautrice dello studio, «poi passiamo periodi di inattività, poi torniamo a chiamare. E così via». La comunicazione, insomma, avviene nel tempo in maniera discontinua. L’alternarsi di ondate e silenzi vale per qualsiasi tipo di relazione. «Non sappiamo niente della vita personale degli autori delle chiamate», continua Miritello, «perché ovviamente erano anonime. Sappiamo però che questo carattere di discontinuità si ripresenta con tutti i contatti, siano essi familiari, amici, colleghi o conoscenti. Certo, chiamerò più spesso il mio fidanzato e meno l’amica con cui faccio allenamento; ma in entrambi i casi il ritmo della comunicazione sarà incostante».

RITMI - I ritmi circadiani (ossia il ritmo veglia–sonno) quelli lavorativi, com’è intuibile, sono imprescindibili. «Lunedì e martedì mattina si chiama di più, soprattutto fino all’ora di pranzo, perché il telefono viene usato anche a fini professionali», continua la ricercatrice. «All’ora di pranzo si registra una diminuzione; si ricomincia il pomeriggio e poi la notte, quando si dorme, ovviamente non si telefona. In certe fasce orarie quindi la comunicazione non c’è. Ma se elimino le considerazioni legate ai ritmi circadiani, scopro una cosa importante: che tra le telefonate esistono correlazioni. Se ricevo una chiamata, probabilmente ne faccio una subito dopo; se per esempio mi sto organizzando per uscire con un gruppo di amici, è probabile che chiami e venga chiamata tanto in un breve periodo di intensa comunicazione».

INFORMAZIONE - Lo studio potrebbe servire anche per tracciare il percorso di un’informazione. «Se vengo a conoscenza di una notizia in un periodo di forte attività, è più probabile che la propaghi perché sto chiamando tanto», aggiunge Miritello. «Lei, ora, mi sta intervistando; se oggi parlo con tanta gente è probabile che menzioni questo fatto, ma se non parlo con nessuno l’informazione non passa». Possibile che la discontinuità dipenda dal livello di attenzione e tolleranza? «Questo i dati non ce lo dicono. Ma da un’altro studio che stiamo conducendo, incentrato sulla cosiddetta economia dell’attenzione, sappiamo che esistono per chi chiama limiti sia fisici che di costo, temporale e monetario».


«ESPLOSIONE» - Per Andrea Salvini, docente di sociologia presso l’Università di Pisa ed esperto nell’analisi di reti sociali, «la scoperta che nella comunicazione si alternano effervescenza e silenzio prolungato è molto interessante. Dallo studio si ricava inoltre l’idea che questa “esplosione” sia condivisa, e che la sollecitazione lanciata da uno venga raccolta da tutti gli altri interlocutori. Una volta esaurito l'interesse, si passa al silenzio. Ci sono momenti in cui ce ne stiamo ritirati nelle nostre reti più intime, e momenti più ampi con una valenza collettiva. Questo è molto importante anche per capire le forme della partecipazione civile e sociale. Movimenti come quello che ha attraversato l'Africa del nord funzionano forse seguendo questi meccanismi».
Elisabetta Curzel